16.1.08

Sapienza, un’altra vergogna per l’Italia


I Papi hanno potuto parlare ovunque nel mondo (Cuba, Nicaragua, Turchia, etc.). L’unico posto dove il Papa non può parlare è La Sapienza, un’università fondata, tra l’altro, proprio da un pontefice. Questo mette in evidenza due fatti gravissimi:


1) l’incapacità del governo italiano a garantire la possibilità di espressione sul territorio italiano di un Capo di Stato estero, nonché Vescovo di Roma e guida spirituale di un miliardo di persone. Piccoli gruppi trovano, di fatto, protezioni anche autorevoli nell’impedire ciò che la stragrande maggioranza della gente attende e desidera;

2) la fatiscenza culturale dell’università italiana, per cui un ateneo come La Sapienza rischia di trasformarsi in una “discarica” ideologica.

Come cittadini e come cattolici siamo indignati per quanto avvenuto e siamo addolorati per Benedetto XVI, a cui ci sentiamo ancora più legati, riconoscendo in lui il difensore – in forza della sua fede – della ragione e della libertà.

Comunione e Liberazione
15 gennaio 2008

15.1.08

Presentazione Moratoria sull'Aborto


Sarà, ma un'uomo come questo non si è mai visto nella storia della Repubblica Italiana.
Sfido qualsiasi personaggio pubblico (giornalista o politico che sia) a pronunciare pubblicamente giudizi così chiari e netti su questioni fondamentali come questa.
Un opportunista? Avercene di opportunisti così...

8.1.08

Don Ciccio non sbaglia un colpo


IN NOME DELLA RAGIONE LAICA

Caro direttore - La seguo con simpatia ed amicizia da tempo, ma soprattutto in questo momento sento il bisogno di esprimerle tutta la mia solidarietà, non tanto per la battaglia che sta conducendo a favore di una moratoria dell’aborto, quanto per la difesa della “ragione laica” in essa sottesa. E’, infatti, in nome di ragioni, che “appartengono a chi è dentro e a chi è fuori le mura della chiesa o delle chiese” (cfr. il Foglio, 7 gennaio 2008), supportate anche dalla documentazione che viene dal progresso scientifico, che Lei sta difendendo il “diritto di nascere” di chi, fin dal primo momento del concepimento, non può non essere considerato un vivente umano. Ritengo, pertanto, che dietro la battaglia per la moratoria dell’aborto se ne stia giocando un’altra ancora più decisiva, cioè quella a favore di una ragione comune che stia a fondamento di uno stato democratico. Ha scritto Jürgen Habermas: “L’idea di sé dello stato costituzionale democratico si è sviluppata nel quadro di una tradizione filosofica che si richiama alla ragione ‘naturale’, dunque unicamente ad argomentazioni pubbliche, che pretendono di essere parimenti accessibili a tutte le persone. L’assunzione di una comune ragione umana è il fondamento epistemico della giustificazione di un’autorità statale laica, che non dipende più da legittimazioni religiose” (“Tra scienza e fede”, Laterza, Roma-Bari, 2006, p. 24). Forse questo è il vero motivo per cui questo grande pensatore europeo viene avversato da alcuni laici, o meglio laicisti, italiani. Flores d’Arcais gli ha dedicato l’editoriale dell’ultimo numero di “Micromega” dal titolo “Undici tesi contro Habermas”, nelle quali afferma che la ragione, cui Habermas brucia incenso, non è ragione, ma è teologia: “E’ restaurazione omnipervasiva della teologia contro le conquiste della moderna scepsi critico-empirica”. Ma, negata una comune ragione naturale, perché “contro le conquiste della moderna scepsi critico-empirica”, e quindi la possibilità di una ragione squisitamente laica, su che cosa sarebbe possibile fondare il diritto, se non sulle ragioni del più forte, che potrebbe essere anche una maggioranza democratica?

don Francesco Ventorino, il Foglio, 8 gennaio 2008

21.12.07

La TV e i suoi derivati


La maggiore astuzia del male è la sua trasformazione in dio domestico e discreto, la cui familiare presenza rassicura.

Nicolás Gómez Dávila

(immagine: San Giorgio e il Drago, Jacopo Riva)

18.12.07

L'arte del ragionare/1


Un'intervista al volo a Ferrara della durata di quttro minuti, in cui, con la classe che lo contraddistingue, distilla risposte di cristallina ragionevolezza su divorzio, laicità e libertà.
Disponibile su Radio Radicale cliccando qui.

17.12.07

Follia e grandezza di un presidente


Il 14 dicembre c'è stata una puntata di Otto e Mezzo degna di nota. Il presidente emerito Francesco Cossiga definito da Ferrara "scherzoso, geniale, grande, terribile, formidabile" ne racconta delle belle. Eccone una:

La Chiesa può perdonare a uno i peccati, ma la devianza dalla dottrina è un’altra cosa; se uno è casto e dice che il sesto comandamento è una sciocchezza, viene colpito in testa molto di più di chi dice: ‘per carità, santo il sesto comandamento’, ma poi fa quello che vuole. Fa più mal danno la violazione di un principio che non una cattiva condotta. Jacques Maritain diceva che la morale, a differenza del diritto, è come un muro invisibile a cui uno va addosso; non ha sanzione immediata, ma poi sente il dolore: gli fa male e fa male agli altri.”

La puntata è disponibile sul sito di Otto e Mezzo e sul podcast di iTunes.

12.12.07

I presepi della chiesa perseguitata


Lunedi 10 dicembre si è tenuta nella basilica della Ghiara a Reggio Emilia la presentazione della mostra “Siate lieti: i presepi della Chiesa perseguitata”, promossa dall’Associazione Arte & Cultura, Confartigianato e Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla e aperta dall’11 dicembre in Battistero e alla Camera di Commercio. Sono intervenuti Giovanni Lindo Ferretti (organizzatore dell'evento), Marina Corradi, don Ubaldo Orlandelli (missionario della Fraternità Sacerdotale S.Carlo Borromeo) e Giuliano Ferrara.

14.11.07

CeT in conservatorio


Nella musica, nel panorama della natura, nel sogno notturno (come scrive nel suo Canto Notturno...Leopardi), è a qualcosa d'altro che l'uomo rende il suo omaggio, da cui aspetta: lo aspetta. Il suo entusiasmo è per qualcosa che la musica, o tutto ciò che è bello al mondo, ha destato dentro. Quando l'uomo pre-sente questo, immediatamente piega l'animo ad attendere l'altra cosa: anche davanti a ciò che può afferrare, attende un'altra cosa; afferra ciò che può afferrare, ma attende un'altra cosa.

Luigi Giussani

12.11.07

Il Professore, il Patriarca e la Verità


Per chi si fosse perso questo memorabile confronto, ripropongo il link a Radio Rdicale dell'incontro fra il card. Angelo Scola e il prof. Eugenio Scalfari tenutosi a Cortina il 25 agosto. Buon ascolto.

9.11.07

L'ultimo sospiro non è un randello


Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9 novembre 2007

L’eulogia è un genere letterario. Un genere difficile. Questo giornale scelse dalla nascita, quasi dodici anni fa, di avere una rubrica di elogia chiamata alla Plutarco “vite parallele”. Sono i nostri appunti del dopo, che hanno una qualche relazione anche con gli “appunti per il dopo”, i brevi tentativi di ispezione nel futuro oltre la morte che abbiamo pubblicato questa estate e che presto saranno un libro. La relazione sta nel fatto che a saper parlare della morte , avvenuta o presagita come evento futuro, si riesce a capire meglio la vita. Il tutto è naturalmente molto complicato, il rischio di fallimento è sempre grande, e lo si deve correre ogni volta consapevolmente. Sapendo di che cosa si tratta.
L’eulogia ha infatti delle regole. Bisogna saper parlare di una persona che è morta. Bisogna parlarne bene, con intelligenza e compassione. Ma senza melensaggini. Il sentimentalismo, l’elogio pomposo o iperbolico, la tiritera banale e la filastrocca convenzionale escludono tatto e sincerità. Tatto e sincerità sono i due elementi che rendono credibile il ricordo, e accettabile questa violazione pubblicistica del silenzio di fronte alla fine che, di per sé, sarebbe l’unico vero suono o vibrazione capace di contenere dolore e mistero. Alla compassione è legata anche la percezione che i morti non parlano, e per quanto possa essere grande la fede nella resurrezione primizia paolina di coloro che dormono e non ci sono più, la loro facoltà di replicare, precisare, correggere, rispondere, difendersi, attaccare è rinviata, e di parecchio, per lo meno dal punto di vista del discorso pubblico, del dibattito civile.

E’ una regola elementare, semplice, che si impone alla ragione e a ogni possibile ragione del cuore, una regola che si va perdendo, con effetti talvolta grotteschi e talvolta moralmente miserabili. Capita che un giornalista o uno storico o un uomo di stato muoiano e vengano non già ricordati, con un posticipo di simpatia equilibrata da un giudizio sano, sobrio, sfumato, bensì strattonati come fossero ancora viventi, come se potessero barcamenarsi agilmente, ciò che non possono fare, tra i diversi ego di presunti eredi o di presunti denigratori. Una vita pubblica imbruttita dall’incapacità di saldare con una certa maestria, cioè con semplicità e sensibilità, i conti chiusi di un’altra vita che si estingue nella solitudine privata di ogni morte: ecco un fatto molto spiacevole, una dimensione spirituale e culturale di decadenza alla quale assistiamo sbigottiti.

Nessuna morte è un manifesto per i sopravvissuti. L’ultimo sospiro non è una bandiera da agitare o, peggio, un randello per vendette private. Nessuna morte dovrebbe essere mai messa all’incasso personale né mai dovrebbe servire a illustrare i meriti, la sapienza, l’appartenenza castale di coloro che la commentano. La morte è una delle poche cose serie e irredimibili che restano nel nostro orizzonte di senso sempre più labile, indulgente, corrivo. Trascinarla nel conto ragionieristico delle precisazioni e rettifiche a uso di chi resta è un insulto madornale al suo significato. Avvilirla con spudorate falsificazioni retoriche buone per nuove falsificazioni ideologiche o sbatterla lì come una bella occasione per il corsivismo di giornata, è piccola viltà civile e culturale. Sapete di che cosa parliamo. E siccome ne parliamo in una circostanza di lutto, in attesa che il tempo consenta di riflettere con un po’ di dignità, spenti i motori rombanti della finta agiografia e della calunnia postuma, ne parliamo senza fare nomi. Non sarebbe giusto, non sarebbe indice di compassione e di equilibrio. Vorremmo invece avere indietro il gusto vitale, responsabile e severo della commemorazione dei defunti, vecchia abitudine umana bestialmente perduta.